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MX 2017. Cairoli: un anno da incorniciare

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Quando venivi “in continente” dalla Sicilia in macchina coi tuoi genitori per correre l’italiano eri un ragazzino e probabilmente vincere un titolo iridato per te era un sogno, ora è ben più di una realtà.

«E’ giusto che sia così perché te lo devi guadagnare negli anni, i sacrifici sono importanti per farti crescere e il sogno serve averlo. Comunque non è cambiato molto perché ce l’ho adesso come allora».


Negli ultimi due anni però c’è chi diceva che eri finito.

«Chi non è pratico dell’ambiente parla spesso a sproposito, così come tanti media non hanno idea di cosa sia il motocross ma purtroppo ne parlano e ne scrivono ugualmente. Io però sapevo che se fossi stato in forma e non avessi avuto infortuni come pilota avrei potuto dare ancora, quindi non ci ho fatto caso più di tanto».


250, 350, 450 alla fine non fa tanta differenza. Ti portano sempre alla corona d’alloro.

«Sì, ormai ho vinto in tutte le classi, mi manca solo la 125 ma sono arrivato un pò di anni in ritardo…. Però mi sarebbe piaciuto vincere un mondiale con il 2 tempi perché ho iniziato proprio con quelli, quando ero piccolo i miei primi passi col motorino li ho fatti con un 60 cc, poi sono passato alla 80 e anche 125».


Parlaci della tua città natale.

«Sono cresciuto a Patti, un paesino dove ho imparato a fare motocross sulla pista di casa mia, ci giravo tutti i giorni appena tornavo da scuola fino a sera, tutti i miei amici venivano da me e tra noi si era sempre in gara. Quando invece giravo da solo cercavo sempre di dare spettacolo agli altri ragazzini che venivano a vedermi».


Da molti anni non hai più tempo di frequentare la Sicilia, se non per pochi giorni, cosa ti manca di casa?

«Sicuramente gli amici di quando ero ragazzino, con cui uscivo in scooter e facevo le marachelle, poi il mare, l’estate, la granita, il gelato, gli arancini, le mozzarelle in carrozza. Un po’ tutte queste cose».


Purtroppo nel 2011 è scomparsa tua madre Paola e tre anni dopo anche tuo padre Benedetto, hai mai avuto la sensazione che da allora abbiano continuato a guardarti dall’alto?

«Sicuramente sì, ho iniziato a correre grazie ai loro sacrifici e la famiglia mi è sempre stata vicina anche quando i momenti erano difficili, quindi penso che anche loro abbiano continuato a starmi vicino e abbiano partecipato a darmi la forza per portare a casa dei bei risultati».
 


Durante questi nove titoli quali sono i tre piloti più forti che hai incontrato?

«Indubbiamente ho avuto molti molti avversari forti, però penso che Christophe Pourcel sia stato uno dei più tosti e che ho stimato di più perché lo reputo uno dei piloti più tecnici, e io preferisco la tecnica alla forza bruta nella guida. Herlings ad esempio guida molto più di forza e quindi come stile di guida preferisco quella del francese, ma Jeffrey è sicuramente uno di quelli più difficile da battere perché è uno dei pochi veri talenti con cui ho avuto a che fare, insieme appunto a Pourcel e a Roczen. Anche Desalle è stato uno dei migliori, anche se non velocissimo era molto tosto e molto costante nei risultati».


A Jacksonville Tomac ha detto che nella seconda manche te e Jeffrey avevate un passo che non ce n’era per nessuno, quindi questi americani oggi non sono più dei mostri sacri di una volta?

«Sono già parecchi anni che il Nazioni alla fine rimane in Europa e quindi anche da quello si comincia a vedere che il livello europeo si è alzato molto. Io l’ho sempre creduto, a parte il Supercross che è un’altra disciplina e bisogna nascerci per farlo, per quanto riguarda il motocross direi che non abbiamo nulla da invidiare a loro».


2017: nono titolo più il matrimonio, sarà un anno da incorniciare.

«Mi piaceva farmi un bel regalo per il matrimonio e il titolo non poteva che essere quello migliore per cui era il mio obiettivo già da inizio stagione, è andata bene e sarà una gran festa da celebrare tutti insieme».
 


Si può dire che Jill sia una ragazza un po’ speciale?

«Certamente, Jill è molto speciale. Perché anche se è una ragazza bellissima è molto semplice, molto con i piedi per terra, mi dà tanta sicurezza e tanto aiuto nel togliermi tante cose da fare e quindi il giorno della gara ho molta più tranquillità. E’ davvero tanto brava».


Il complimento più bello che hai ricevuto domenica?

«Non ce n’è uno in particolare, anche perché ne ho ricevuti tantissimi. Posso dire che è bello riceverli dai team avversari, persino da Everts che è una leggenda dello sport e che è stato molto gentile a venirmi a fare i complimenti e a spronarmi a continuare a raggiungerlo, l’ho trovato un gesto molto bello».


Dedichi il titolo a qualcuno in particolare?

«Lo dedico a tutto il team che ha sempre creduto in me, poi a tutti i fans che non mi hanno abbandonato neanche negli ultimi due anni di mancati successi, che anzi mi hanno sempre sostenuto. Poi il pensiero va alla mia famiglia, perché sono sempre loro che mi hanno aiutato nel bene e nel male».


Si può dire che sia la tua più bella stagione?

«La più bella non lo so, perché sicuramente la prima è quella più entusiasmante, però è sicuramente una delle prime tre».


Jeffrey ti ha fatto sudare sette camicie dopo metà stagione.

«Jeffrey ha cominciato il campionato un po’ a rilento, mentre io ero già al top con l’allenamento. E’ normale che nel finale lui sia arrivato a un livello di preparazione e di freschezza mentale un po’ più avanti rispetto a me che invece avevo già limitato molto gli allenamenti sin dalla gara di Loket visto che avevo tanti punti di vantaggio e quindi il campionato era da gestire. Inoltre ho un po’ rallentate anche per riprendere quest’inverno con più determinazione e per ricominciare la nuova stagione con la mentalità di questa appena conclusa».


Proprio Stefan Everts ci disse in una delle tante sue interviste che dopo tanti titoli la parte più difficile è ritrovare la motivazione per l’anno dopo: tu come fai?

«A me non è mai mancata, anche perché negli ultimi due anni mi sono allenato poco per via degli infortuni e quindi ho un po’ preservato la motivazione che mi servirà sicuramente per il 2018».
 


Come si è evoluta la tua moto da quest’inverno dopo che l’hai messa a punto?

«L’abbiamo sviluppata col team in base alle mie caratteristiche di guida, venendo dalla 350 la parte più importante per me erano le sospensioni per ritrovare un buon feeling. Ho dovuto lavorare un po’ per la messa a punto a inizio stagione, ma con il team abbiamo lavorato benissimo e alla fine abbiamo settato la moto perfettamente e non c’è più stata necessità di grossi cambiamenti. A livello motoristico invece l’abbiamo addolcita molto, così assieme al buon lavoro delle sospensioni ho avuto la piena fiducia nella mia moto».


Secondo te perché non ha rivinto Tim Gajser?

«Nel Mondiale riconfermarsi è la parte più difficile, quindi penso che non sia facile per tutti fare due stagioni al top senza infortuni girando come gira lui sempre al massimo della velocità, perché è uno sport che se sbagli un attimo ti castiga proprio come è capitato a lui durante il campionato».


Stessa cosa quindi per Romain Febvre?

«Penso di si, quando vieni dalla 250 il primo anno che sali sulla 450 sei velocissimo perché la guidi come una duemmezzo e il giro secco e la velocità ci sono ma poi appena cominci ad assaggiare un po’ il terreno inizi a capire che con la 450 non puoi fare le stesse cose e cominci ad essere più prudente».


Un sogno?

«Quello di provare una Formula 1, presto però dovrebbe diventare realtà visto che ad Assen il manager Red Bull Dietrich Mateschitz mi ha fatto un regalo dandomi l’ok per il test che ci sarà l’anno prossimo, sono davvero felicissimo».


Il prossimo regalo importante che ti farai?

«Il matrimonio, mi basta questo».


E i progetti futuri?

«Quelli di stare sempre al top nella classe MXGP, sicuramente per il 2018, poi vedrò di parlare per un possibile rinnovo per rimanere in KTM anche più a lungo».


Se parli come pilota a 40 anni però uno deve smettere…

«Eh no, adesso ne ho ancora 31, quindi c’è ancora tempo, qualche stagione davanti a me ce l’ho ancora….».